venerdì 27 marzo 2015
Mariarosa, Scontentina Lamentosa
giovedì 19 marzo 2015
Festa del papà
Formicolìo d'intense
emozioni che silenti
scorrono, intrise di pensieri e lacrime.
Troppo veloci si susseguono
anni orfani di te,
disincanto e dolore
ebbri di serena inquietudine.
Lentamente lavoro di mente e cuore
Papà:
abbracciami con la forza dei ricordi
pacificami con l'assenza di Te e
accarezzami il cuore.
Auguri, papino mio!
sabato 7 marzo 2015
Noi Siciliani
Le cronache degli ultimi tempi (mi riferisco in particolare all'arresto di Roberto Helg, Presidente della Camera di Commercio di Palermo, mentre intascava una tangente), contribuiscono ogni giorno di più alla diffusione dell'immagine stereotipata di una Sicilia corrotta e collusa dove “tutto cambia per rimanere così com'è”. Di certo non era questo il tipo di pubblicità a cui si riferiva Lucrezio quando, nel suo De rerum Natura, scriveva: “Giusto è che questa terra, di tante bellezze superba, alle genti si additi e molto si ammiri, opulenta d'invidiati beni e ricca di nobili spiriti”! Dove sono finiti questi nobili spiriti, dove sono finiti i Siciliani onesti? Ci siamo ancora, solo che non siamo più capaci di fare “scrusciu”, o lo facciamo nel modo sbagliato. Sciascia scriveva che “la Storia è fatta di cicli: tutto torna, col tempo”. Questa Storia siamo anche Noi.
Noi, terra espugnata, Noi crocevia del Mediterraneo. Noi, porto dei Fenici. Noi, culla della Magna Grecia, Olimpo di divinità in trasferta. Noi, teatro di guerre puniche, di quei Cartaginesi che, proprio in Sicilia, furono battezzati punici. Noi, granaio d'Italia, prima provincia romana. Noi, due volte greci con l'arrivo dei bizantini di Belisario, che ci liberò dai Goti. Noi, dall'827, divenuti arabi, arabi nella splendida Zisa, arabi nei mercati e nella cucina di strada, arabi nella convivenza quasi pacifica con i cristiani, arabi nei progressi dell'agricoltura, arabi nell'invenzione della cassata e dello sciàrbat , arabi come il geografo Al-Hidrisi che a Palermo costruì un grande planisfero d'argento.
Noi, normanni del gran conte Ruggero, Noi sudditi del primo re di Sicilia, Ruggero II, Noi spettatori- attori di una Palermo cosmopolita, Noi tessere di un opulento mosaico, crogiolo e sintesi di civiltà diverse, lontane, vicine. Noi, fautori con Ruggero, del primo Parlamento al mondo ( insieme a quello dell'isola di Man). Noi, svevi, sudditi di un re-bambino, sovrano di buona parte del mondo allora conosciuto; Noi,compagni di gioco dello stupor mundi, di Federico II. Noi, poeti della " Scuola poetica siciliana" di Federico, che, con i nostri neologismi e con i nostri sincretismi, gettammo le basi per la nascita della lingua italiana.
Noi, così restii alla dominazione angioina da trasformare un momento di preghiera ( i vespri) in una rivolta. Noi, per due secoli, spagnoli di Pietro III d'Aragona, spagnoli nello sfarzo, nella reticenza e nel luttoso apparire di misticismi ostentati in un nirvana di piazza, di inquisizioni flagellanti. Noi, piemontesi di casa Savoia Noi, che assistemmo silenti, all'incoronazione a Palermo di Vittorio Amedeo II e di sua moglie Anna Maria di Orleans, emuli, sbiaditi nel loro grigiore, di Ruggero prima, di Federico poi. Noi, mai austriaci, seppur, per quindici anni, assoggettati al loro duro regime. Noi, di là dal faro dei Borboni, per più di cento anni, Noi ridotti a mera provincia del Regno di Napoli. Noi, quelli della Costituzione del 1812, con l'innovativa abolizione dei poteri civili sulla popolazione, nel contesto feudale.
Noi, fratelli di rivoluzionari antiborbonici come Salvatore Spinuzza, Francesco Bentivegna, del borbonico pentito Ruggero Settimo. Noi, fratelli rivoluzionari di Nicola e Carlo Botta, di Andrea Maggio, di Francesco Guarnera; di nobili quale Antonino Agnello, quale il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, deputato al Parlamento siciliano, attivamente ostile al regime borbonico, poi, nel 1861, eletto Deputato del Parlamento nazionale. Noi, quelli della Costituzione del 1848, dell'indipendenza dal Regno di Napoli. Noi, che per ottenere l'indipendenza, ci affidammo ad un altro dittatore con la camicia rossa. Noi, regione non annessa, malgrado l'Unità.
Noi mafia, non stato nello Stato, ma stato senza Stato. Noi, quelli del brigantaggio, della leva obbligatoria di uno Stato che ci aveva lasciato orfani. Noi, fratelli, del bandito Giuliano, ladro di grano, vaneggiatore di un'annessione della Sicilia all'America. Noi, fratelli di Placido Rizzotto, nato in una città di mafia e così ostinatamente contro essa da pagare con la vita il coraggio della sua voce. Noi, fratelli di Ignazio Buttitta, il poeta di " Lu pani si chiama pani" e di Rosa Balistreri, la voce della disperazione siciliana che si fa arte.
Noi, quelli dello sbarco degli alleati, dei nostri sogni violati, masticando un chewingum, cucendo abiti da sposa con la tela dei paracadute. Noi, quelli dei morti ammazzati, il cui oblio scivolava nel sangue. Noi, quelli che gridano in una chiesa per ricomporre i brandelli di corpi vilipesi, violati anche nel loro essere morti. Noi, quelli che non sentono nel silenzio omertoso le urla afone pietrificate in pilastri di cemento, che reggono i nostri palazzi, che sostengono le nostre vite. Noi, sciolti nella disperazione, che, come acido, corrode. Noi, che ascoltiamo quell'uomo vestito di bianco che scandisce, con coraggio le parole : «mafiosi, convertitevi!». Noi, che diciamo basta nelle piazze, che pronunciamo quei nomi, ad uno ad uno, come cimeli di un dolore che non muore nelle sue arse e riarse ceneri.
Noi, che siamo stanchi di subire l'affronto di essere subalterni, estremo limen di un'Italia altra. Noi, che siamo fieri di essere terra che accoglie, sbarco dopo sbarco, disperati in cerca di calore.
Noi… semplicemente SICILIANI.