giovedì 23 aprile 2015

Mi manchi da morire...

Ci sono persone che ti entrano nel cuore e che, una volta lì, mettono radici forti e profonde e non se ne vanno più via.  Non bastano le distanze, i dolori inferti e ricevuti... nemmeno uno tsunami riuscirebbe a far sloggiare da quel cuore chi in esso si è ritagliato un posto caldo!
E allora accade che scrivere un racconto in SPSP ti conduca in quel posto... e che una canzone faccia scivolare sul pentagramma sorrisi e lacrime...

Dedicato a... TE.




mercoledì 15 aprile 2015

Colapesce si è stufato! (Metafora di una regione che cade a pezzi)

Eccomi qui, a parlare ancora una volta della Mia amata e martoriata Terra.


Il fatto ha avuto risonanza nazionale: venerdì 10 Aprile uno smottamento, iniziato nel 2005, ha provocato il cedimento strutturale di un pilone che sorregge il viadotto Imera, della A19 Palermo- Catania, innescando un effetto domino su altri due piloni e causando l’appoggio di un tratto di autostrada sull’altro.


Lo sappiamo tutti: la Sicilia non ha mai vissuto l'era moderna dei collegamenti veloci su rotaia, né ha mai goduto del diritto, divenuto piuttosto un miraggio, di spostarsi da un capo all'altro senza fare il pieno alla propria auto... ma quel che è successo appanna ulteriormente ogni prospettiva di sviluppo infrastrutturale... e non solo! :-(


L'Autostrada, chiusa nei due sensi di marcia, da opera per accorciare le distanze è diventata la disastrata linea di demarcazione che ha diviso in due la Sicilia, e il ping pong tra i possibili percorsi alternativi diventa sempre più improbabile, perché le strade statali, quelle in cui negli anni Venti si correva la mitica Targa Florio, sono in stato pietoso (buche, dissesti, avvallamenti, lunghi tratti sterrati...) e si teme che un aumento improvviso del traffico possa provocare incidenti.


E ora? E' questo il destino dei Siciliani: isolani e isolati?! Come una fucilata, carica di apocalittici presagi, è arrivata la notizia che preconizzava un lasso di tempo biblico di 10 anni per il ripristino del tratto della A19 interessato dallo smottamento. Ma lo si vuole capire, si o no, che su quell'autostrada si muovono le vite, le relazioni, le speranze e l'economia di una Terra?


Qualcuno dice che noi Siciliani siamo fatalisti. Beh... questo fatalismo mi porta a pensare alla leggenda di Colapesce, l’uomo-pesce che, durante un' immersione, vedendo la precarietà di una delle tre colonne sottomarine che sorreggono la Sicilia, decide di sacrificarsi e sorreggere in eterno la colonna pericolante. Uhm... mi sa che Colapesce si è stufato, forse troppo stanco di aspettare invano l'intervento del Re/Stato!


D'altronde, come cantava De Andrè, " lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità".

mercoledì 8 aprile 2015

BASTA POCO (Il mio racconto in SPSP) ^_^

Forse qualcuno ricorderà che qualche mese fa decisi di partecipare ad una selezione di racconti in SPSP (una forma letteraria che valorizza l'uso della Seconda Persona Singolare al Presente). E' stata una sperimentazione stimolante e arricchente, un mettermi alla prova in cui ho messo in conto un certo impegno ma anche tanto divertimento. Il mio racconto è arrivato 53° sugli 84 pervenuti; non è stato selezionato per essere pubblicato in un'antologia che sarà diffusa gratuitamente sulle principali piattaforme on line… ma va bene così!!  Mi è piaciuto così tanto scrivere in SPSP che continuerò di certo a farlo e a migliorarmi! Ed ora… eccovi la mia creatura:


“Maledetto citofono! Chi è che rompe a quest’ora?!”


Ha inizio così la tua giornata: con un soprassalto e un risveglio forzato dopo appena due ore di sonno. Ancora una volta è colpa di quelle fottutissime crisi di fame d’aria se non riesci a dormire, se passi le notti in affanno, dilaniata da strette spietate, da battiti che accelerano per la paura e brividi che ti pervadono togliendoti il fiato. Il citofono insiste imperterrito, ma tu te ne freghi e nervosamente gli canti: “È inutile suonare qui non aprirà nessuno, il mondo io l’ho chiuso fuori con il suo casino…”.


Già. Da quanto tempo è che ti sei chiusa in te stessa e tra queste quattro mura? Ti alzi. Hai bisogno di una doccia fredda che lavi via i fantasmi della notte appena trascorsa. Vaghi per casa come un automa, in cerca di qualcosa che ti riempia il cuore, di qualcosa che non siano amarezze e brividi di paura, cedimenti e delusioni, fragilità e inquietudini, lividi e malinconie. Non arrivi al bagno. Ti fermi davanti all’ingresso: c’è una busta bianca sotto la porta.  La apri e riconosci subito quella calligrafia.


Ciao Anto, come vedi ancora una volta sono gli amici carta e penna a fare da tramite fra me e te. So che sei in casa e che non ti va di vedere nessuno. Ho chiesto al portiere la cortesia di lasciarti questa lettera sotto la porta. È il mio modo per ricordarti che ti voglio bene. Sì, ti voglio bene per la tua testa dura, per le tue lacrime, per la tua generosità e il tuo altruismo. Ti voglio bene perché entri in confusione quando ti si fa un complimento e perché quando hai da dirmi qualcosa non lo fai di presenza o per telefono, ma attraverso lettere chilometriche. Ti voglio bene perché ci basta un’occhiata per capirci, ti voglio bene per la tua vicinanza discreta e silenziosa quando tutto intorno è caos… Ti voglio bene, Anto, e vorrei che tu tornassi a vivere. Da troppo tempo fai tacere la tua gioia e tieni nascosta la tua luce! Basta poco, se solo lo vuoi! Io ti aspetto. Robi


Colpita e affondata. Per carità, in altri tempi queste parole ti avrebbero fatto piacere, oggi invece ti fanno solo incazzare. Possibile che nemmeno Robi riesca a capire quanto ti sia dolce e bramata questa prigione in cui ti senti libera di arrabbiarti, di gridare, di piangere, di essere sola con te stessa e con le tue inquietudini?


“Fanculo!”.


Appallottoli quel foglio di carta e lo lasci cadere con noncuranza. Ti dirigi in bagno, apri la doccia e ti ci infili sotto. L’acqua è gelida e arriva in ogni angolo di te. E stordisce la tua testa di legno. E lenisce l’arsura del tuo cuore ricamato di cicatrici. E congela la nostalgia delle tue sicurezze andate in avaria. Piangi. Senti le tue lacrime scendere calde, solcare i sentieri della tua esistenza, scavare nell’intimo paure nuove e tremori mai sopiti, lambire con la loro rugiada il tuo cuore, arido di speranza e di ottimismo.


Indossi l’accappatoio e respirando silenzi e lacrime vai ad accoccolarti sul divano. Accendi la radio, quasi a voler simulare una presenza in questo spazio subdolamente silenzioso. La spegni quasi subito, perché senti dei rumori per le scale. Tendi l’orecchio. Sta forse venendo qualcuno? Perché questa pazza speranza, visto che non aspetti nessuno, che non vuoi nessuno e che nessuno verrà? Sei sola. E fuori e festa.


Senti freddo. Indossi la tua fedele tuta di ciniglia e ti perdi nel calore di questo abbraccio artificiale. Che ne è stato dei tuoi desideri, della tua sete d’infinito? Presa dal tuo girovagare tra pensieri e paturnie, solo adesso ti accorgi che qualcosa di azzurro spunta da sotto la porta. Ti avvicini titubante. È un bigliettino. Sei tentata di lasciarlo lì. Alla fine lo prendi, lo apri e lo leggi.


Non c’è un’anima su tutta la terra che abbia un fardello più pesante di quanto non possa sopportare, e tu l’hai portato abbastanza a lungo. E’ tempo di andare avanti e liberartene. Puoi scegliere: fermarti o camminare, per tornare indietro dove sei sempre stata, e stare lì, ferma, immobile… a ricordare. E’ tempo di uscire dalle ombre, di scegliere, e non sei sola. Ci sono io, sono sempre stata qui. Cicciù.


Non ti curi della calligrafia, né del fatto che quella frase l’hai già sentita da qualche parte. È  quel nome, quel vezzeggiativo, a mettere sotto scacco ogni tua resistenza. Una vampata di calore ti esplode dentro, ti infiamma le guance e smuove la tua immobilità. Senza quasi rendertene conto corri in soffitta, ti avvicini al vecchio baule di legno e ti lasci andare alla trepidazione. Sì, è trepidazione quella che ti pervade mentre apri il custode del tuo sé bambino, perché c’è tanta Vita tra quelle scatole variopinte, tanti coloratissimi pezzi di un puzzle in fieri, tante voci che raccontano di te e del tuo gioco, quello che solo tu sei destinata a giocare e che ti è stato donato quando sei venuta al mondo.


La tua emozione diventa delicatamente palpabile quando prendi tra le mani uno dei regali più belli della tua infanzia: lei, la cinepresa a manovella, compagna di tanti pomeriggi spensierati coi fotogrammi della storia di Heidi, quelli della storia di Remi… e quelli della storia di Cicciù. E quando meno te l’aspetti, l’inatteso accade. Vuoi renderti irreperibile alle pressioni e oppressioni che ti hanno fatto compagnia negli ultimi mesi, ritorni in casa e ti rintani in camera, con l’intima gioia che a breve ritroverai un’amica perduta. Ti sdrai sul letto, appoggi ben bene la testa sul cuscino, avvicini agli occhi l’obiettivo della cinepresa e inizi a girare la manovella.


C’era una volta una bambina… Ma… SEI TU quella bambina! Ricciolina, con l’incarnato roseo e vellutato e la boccuccia a forma di cuore. Tu, figlia primogenita di due giovani sposi, per cui sei semplicemente “Cicciù”. Una bimba vispetta, con un’innata calamita per le coccole, una fantasia galoppante, una curiosità martellante e uno stupore disarmante. Giri la manovella ed eccoti, col tuo scamiciatino di velluto blu e il maglioncino panna, mentre aiuti tua madre che sta preparando l’albero di Natale e il presepe; eccoti, intenta a sistemare le pecorelle e a cantare. Riesci a sentirti? "Andarono i pastori ad adorare il bambino, andarono i pastori ad adorare Gesù. Sul fieno e sulla paglia e niente di più, sul fieno e sulla paglia e niente di più…”


Fai un altro giro, ed eccoti apparire, buffamente imbacuccata nel tuo cappottino rosso. L’immagine si allarga… sei  in braccio al tuo papà, siete sul balcone e guardate giù, ad un gruppo di uomini vestiti con velli di ovini, che suonano ocarine e zampogne e vanno in giro per le vie a cantare la “nannaredda”, la ninna nanna a Gesù Bambino. Fa’ freddo fuori, ma quelle melodie ti riscaldano il cuore. Oggi come allora.


Ti vedo, sai?! Ti vedo che cominci ad appassionarti a questi fotogrammi!! Ta-ta-ta-ta-tà… altro giro di manovella… ed eccoti a cinque anni, sorella maggiore di un pargoletto tutto pepe che, per tutti, è “Giuggiù”. Eccoti con lui a correre a perdifiato per casa, in una corsa a chi arriva primo sotto l’albero a prendere i regali, per poi scartarli sul lettone di mamma e papà…


Scorrono i fotogrammi, al tocco della tua mano sulla manovella. Ritorni in scena, ormai signorinella. Sei sensibile, forse troppo, ma sei meravigliosamente bella nella tua sensibilità, nei tuoi occhi che si riempiono di lacrime, che scorrono libere e senza freni ogni volta che ascolti Happy Christmas di John Lennon e  Astro del Ciel (anche nelle versioni Silent Night e Stille Nicht), specie se cantate a cappella, senza accompagnamento musicale… e chi se ne frega se accade quando sei sola o in mezzo a tanta gente… è qualcosa di grande che ti scoppia dentro… qualcosa che non puoi, non vuoi e non devi trattenere!


Ad un certo punto vai in panico. Vorresti far girare ancora la manovella, ma l’ingranaggio sembra essersi bloccato!! Fai mezzo giro indietro… e poi provi a ripartire… ta-ta-ta-ta-tà… Evvai! Meno male! Non ti piace proprio lasciare le cose a metà! Eccoti, comodamente sdraiata sul tuo letto, intenta a giocare… e a ricordare… coi fotogrammi di una piccola cinepresa. Sei serena e sorridi. Perché è vero. Basta poco per far sorridere i tuoi occhi e il tuo cuore. A Natale e non solo.


…


È da poco passato mezzogiorno quando ti svegli. Hai ancora la cinepresa in mano e addosso tutta la straordinaria sensazione di benessere che quel giocattolo è riuscito a trasmetterti. Ti ricordi del bigliettino azzurro. “Che fine ha fatto?” Corri all’ingresso e lo trovi ai piedi dell’attaccapanni. Lo prendi. Ti siedi sul divano e lo rileggi, nel tentativo di sviscerarne ogni perché. E subito ti rendi conto di quanto sei stata cieca, tarda d’orecchi e  dura di cuore. Riconosci quella frase e riconosci la scrittura di Robi … solo lui sa quanto quel film, LA LEGGENDA DI BAGGER VANCE, ti sia entrato dentro e ti abbia fatto crescere! E che dono grande ti ha fatto, facendo in modo che a ricordarti quella frase fosse proprio Cicciù, il tuo sé bambino!


Vuoi ringraziarlo e vuoi farlo di presenza, guardandolo negli occhi. Ti prepari velocissimamente, ma quando arrivi alla porta pianti una frenata. C’è un’altra busta ad attenderti. La prendi e ti accorgi che c’è attaccato un post-it. Lo leggi. C’è un link e questo messaggio:


Cerca questa canzone e solo quando inizia apri la busta.


Vai al computer con la bramosia di chi vuol scoprire subito come va a finire. Cerchi la canzone, la trovi: è QUANDO CANTERAI LA TUA CANZONE di Ligabue. La corazza è scalfita e gli occhi ti si riempiono di lacrime. Ti senti vulnerabile come non mai. Hai paura dell’ennesimo pugno allo stomaco, ma decidi di rischiare. Fai partire la canzone. Poi, pian piano, apri la lettera e inizi a leggere.


Carissima Anto,


sono stati giorni pesanti che hanno lasciato il segno nei tuoi occhi e nel tuo cuore. L'impatto con la tua sensibilità è stato forte, una vera e propria sventola tra capo e collo e nessuno può dirti se eri pronta o meno e se adesso sia meglio per te piangere o urlare, dannarti o rassegnarti. Hai pianto troppo per ciò che è stato, perché non provi a sorridere perché lui c’è stato?


È arrivato il momento, e tu lo sai, di riprendere in mano lo spartito e mettere ordine nel pentagramma della tua vita, riequilibrando gli acuti e i bassi, gli allegretti, gli adagi e le pause. Torna a cantare la tua canzone, Anto, cantala con tutto il fiato che hai in gola! Solo così, tra un respiro e un battito del cuore, le corde torneranno a vibrare per quel difetto cui non puoi rinunciare... AMARE. Robi


Che botta! Sei in lacrime. Ma è meraviglioso scoprire che non sanno più solo di sale! Adesso sanno di mare, di quiete dopo le onde frangenti della tempesta che ti ha attraversata e devastata. Finalmente sorridi. Apri la porta per tornare a vivere.


- “Tu!?”


- “Seconda persona singolare. Presente!!”


E anche il pallido sole di Natale arrossisce, davanti all’appassionata tenerezza di un bacio.

giovedì 2 aprile 2015

Auguro a tutti e a ciascuno...







Buona Pasqua a voi e a quanti vi sono cari!